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Storie della pubblicità

Oh, un post all’anno… oppure sempre meglio di niente. In ogni caso, durante la pausa delle feste sono finalmente riuscito a concludere Adland di Mark Tungate, in un fantastico formato hardcover che ormai sa quasi di pezzo vintage. Credo non ci fosse la versione ebook quando l’ho comprato (ma non ne sono sicuro), mentre ora c’è una nuova edizione uscita a luglio 2013, sia in versione paperback sia Kindle. Queste sono tutte edizioni in inglese ma scopro mentre scrivo che Franco Angeli ha pubblicato nel 2010 la traduzione italiana (sulla prima del 2007 direi), sotto il titolo Storia della pubblicità (qui la scheda su IBS) – titolo meno felice di Adland ma corretto, tanto più che Adland è intraducibile. Solite bizzarrie dei prezzi (mi ricordano il famigerato “cambio librario” dei tempi pre-Internet): questa edizione italiana è in vendita a 41 euro, immagino con l’idea che sia destinata a un pubblico di professionisti, laddove le edizioni in inglese si trovano a parecchio meno.

Adland, solido hardcover edizione 2007

Il titolo dell’edizione Franco Angeli, dicevo, è corretto e preciso: questa è una vera storia della pubblicità, ed è una storia scritta molto bene – o così pare a me, da italiano madrelingua (il lessico anzi è ricco, e non poche volte ho dovuto cercare nel dizionario, una fatica sui libri di carta). Poi è una storia globale, con molte pagine dedicate di necessità agli Stati Uniti ma anche molte per Gran Bretagna e Francia. Tungate quasi se ne scusa, ma con un vezzo, dicendo che così ha da essere per un britannico trasferito a Parigi come lui (non saprei dire se davvero non ci sono titoli paragonabili in questo senso, non avendo fatto ricerche bibliografiche).

Adland è denso è affascinante soprattutto quando racconta le persone, gli uomini e le donne che hanno fatto la storia della pubblicità da oltre un secolo a questa parte. Ed è la grande parte del libro. In molti casi sono fonti di prima mano, conversazioni raccolte in vista di quest’opera, o in altre circostanze si tratta in ogni caso di testimonianze raccolte da Tungate come giornalista di livello. E’ paradossale per certi versi. Questo è un business fatto di persone, tanto che di frequente i nomi dati alle agenzie, i marchi delle agenzie stesse, dalle grandi tradizionali alle boutique, sono quelli dei fondatori, eppure si sa abbastanza poco su di loro, sulle vicende che li hanno spinti a fare quel che han fatto, sulle loro motivazioni, sul percorso più o meno tortuoso che li ha portati a successi o fallimenti. E a maggior ragione si sa poco dei molti altri che con loro hanno costruito queste imprese, al di là dei nomi celebri (da David Ogilvy a Leo Burnett a Bill Bernbach, o Armando Testa ed Emanuele Pirella per l’Italia, per citare solo alcuni dei massimi). Tanti altri fuoriclasse delle agenzie e delle campagne che hanno fatto la storia del settore, visti in sequenza, fanno una linea impressionante di talento, visione, e poi fortuna, astuzia, e anche pura ambizione, e persino ossessione per il successo, l’affermazione personale, il riconoscimento nel linguaggio pubblico. E poi oltre ai fuoriclasse ci sono gli altri, i comprimari, i team, tutti quelli che erano e sono comunque indispensabili per realizzare campagne e progetti (E Cesare, non aveva con sé nemmeno un cuoco? dice il poeta).

Bill Bernbach e Leo Burnett – belle foto nella mia pessima versione da iPhone

Mettiamoci una nota critica. Gli ultimissimi capitoli, e in particolare le ultime pagine, sono forse meno convincenti. Tungate scrive in modo chiaro, secco, inequivoco, che Internet ha cambiato e sta cambiando tutto. Però non c’è una vera discussione su questo, o diciamo è abbozzata qui e là, ed è ovvio che è un punto cruciale. Alcuni casi, testimonianze, ma non una rappresentazione, qualcosa di paragonabile al respiro del racconto sviluppato nel resto del libro. Ho letto da qualche parte che forse Tungate ha in preparazione un “Adland 2”, una ripresa vera e propria, non una semplice riedizione. Vedremo (peraltro non escludo che la stessa edizione 2013 non abbia già qualche modifica di sostanza; se qualcuno avesse letto…).

PS: visto che ci siamo prendo l’occasione per fare un po’ di propaganda a uno dei miei (troppi) side projects: Advertising is in the eye of the beholder è una specie di gioco personale su Instagram e Tumblr che a voler fare i seri rimanda alla questione della natura anonima e collettiva di molto del lavoro che si fa in comunicazione.

Last.fm, basta streaming in Italia

Eh sì, è cosa nota da tempo, ma ora la data del taglio è vicina — martedì 15 gennaio 2013. Non riguarda solo l’Italia, ma un bel numero di posti. Con un po’ di tempo ritrovato durante le feste, ho  buttato giù il mio tema sull’argomento (in inglese).

C’è da dire qualcosa di speciale per noi? Non so, ricordo di aver visto al volo su uno dei forum di Last.fm che il traffico dall’Italia da ultimo pesava lo 0.6%. Senza alcun ragionamento: è un numero che parla da solo. Però, in realtà una cosa l’ho pensata, poco piacevole pure. Non vorrei darle grande enfasi dato che trarre conclusioni da questa storia ovviamente non ha senso. Poi, come ho scritto più volte nel post, ci sono diversi altri servizi che stanno spingendo sulla musica in streaming. Detto questo, non è bello finire nel listone di quelli non più rilevanti. Intendo: di solito, il giro è a crescere: a oggi non abbiamo ancora il servizio x, e magari c’è pure qualche azienda italiana che prova come è giusto a riempire lo spazio, ma a un certo punto arriva, e via così. Il divide si sente in ingresso, per così dire. Questo invece nel suo piccolo è un divide di ritorno, in uscita. Mi auguro che resti un caso molto isolato.

ubicomp@Ikea (ok, diciamo TV@Ikea)

Titolo overambitious per una volta ma qua e là dal video sotto si capisce che Ikea con questo lancio sta andando un po’ oltre l’aggiunta di un prodotto al suo mitico catalogo. Lungo post in inglese.

Su Ikea ha pubblicato di recente un bel post anche il mio amico Adriano: Generazione componibile, o della pervasività Ikea.

Letture obbligatorie per il corso di Mobile Industry 2009-2010

Letture obbligatorie, tipo quelle degli esami, vecchissima maniera. Scherzo. In ogni caso, nota di servizio per chi non li avesse ancora passati. In questi giorni ci sono due lunghi post su Nokia che, mi pare, stanno rimbalzando in giro come palline da flipper. Impossibile perderli se si ha un qualche interesse nelle faccende mobile & wireless.

Picture by Jorge Barrios from Wikimedia Commons, Public Domain

In ordine di tempo: il 21 Tomi Ahonen, uno degli esperti più celebri e rispettati dell’intero settore, ex Nokia, finlandese, ha pubblicato uno dei suoi tipici lunghi, lunghissimi post a proposito del CEO dell’azienda (grande confusione sotto il cielo: vedi FT oggi per dire).

Tomi Ahonen: Obituary for OPK: Wall Street is a Cruel Mistress – Nokia searching for CEO

Chi dovesse essere meno addentro la cosa potrebbe apprezzare la breve introduzione di Mobile Industry Review, che lo ha ripostato integralmente.

Il giorno dopo l’inglese The Register ha pubblicato una sorta di lungo e articolato stralcio di intervista con Juhani Risku, ex Nokia, finlandese, autore di un libro su Nokia disponibile per ora solo nell’originale – finlandese.

The Register: Rescuing Nokia? A former exec has a radical plan

Come tutte le letture obbligatorie che si rispettino, non si fanno fuori in 5 minuti eh…

In memoriam: William Mitchell

William Mitchell, architetto, urbanista, professore al MIT, tra i maggiori studiosi delle trasformazioni della vita urbana e delle forme delle città sotto l’influenza delle tecnologie digitali, è mancato a 65 anni (vedi la notizia e il resoconto biografico ufficiale del MIT).

Ritratto di William Mitchell

Ho scoperto il suo nome molto tardi, tra 2004 e 2005, come colui che tra le altre cose aveva coniato l’espressione e l’idea dei “Living Labs” — il resto nella versione inglese di questo post.

Mi chiedo se sia mai stato tradotto in italiano — o se ora ci penserà qualcuno.

Foto: http://newsoffice.mit.edu/2010/obit-mitchell

TV digitale terrestre, spettatori, utenti e persone

Update (17-5-2010): oggi prime time 😉 su Infoservi per una versione un poco rivista di questo post, passata e titolata come si deve.

A giorni anche in Lombardia inizia lo switch-over (RAI2 e Rete4 sul digitale, poi dopo l’estate tutto il resto). Mentre scrivo a Milano si stanno chiudendo i lavori della quinta conferenza nazionale sul digitale terrestre (vedi la copertura stampa); qui si discute dal punto di vista dell’industria (sopra ogni cosa, la concorrenza tra Sky e Mediaset, dove ci sono i soldi veri e la tensione si taglia con il coltello), ma poi ci sono le persone là fuori. La scorsa settimana ho messo i miei 2 cent sulla cosa con un intervento a Trento per il convegno sul digitale terrestre promosso da Provincia Autonoma e Trentino In Rete in collaborazione con Create-Net (con cui ho già collaborato in passato) — un’iniziativa diversa, legata al territorio, ma a cui hanno aderito diversi protagonisti nazionali, tra cui Mediaset, RAI e la stessa DGTVi che ha organizzato la conferenza di Milano.

Dato che a Trento si invitava a ragionare su “sfide e opportunità”, ho proposto di ripartire appunto dalle persone — niente prediche eh: il mio punto è che espressioni come spettatori (audience) e utenti (users) si portano dietro una quantità di assunzioni che esprimono appunto la prospettiva dell’industria e delle tecnologie, molto meno quella delle persone (direi people) — sia nei media sia nell’ICT. Non so bene come fare a mettere qui la presentazione in modo che si capisca: in gran parte sono immagini, o citazioni molto brevi e così via. Incollo qui il video che ho mostrato alla fine. E’ un virale quasi “vecchio” (2008) fatto in un talkshow Fox per il passaggio al digitale negli Stati Uniti — da vedere per i primi 3 minuti e rotti (in totale ne dura circa 5).

Mae Laborde accepts her Hulu Award – Watch more Funny Videos

Life at Google, Tim Bray racconta

Una giornata di sapore un po’ orwelliano (o alla Huxley, ha commentato uno), postata da Tim Bray, uno dei padri di XML, da non molto tempo a Google appunto (update 9-11-2013: l’immagine sotto è ripresa da un post del 2010 di AndroidGuys).

Tim Bray portrait
Tim Bray

Il nome di Tim Bray mi è rimasto stampato in testa dai tempi in cui ho scoperto che cosa stava succedendo con XML e provai a raccontarlo in giro su Virtual; oh, era fine ’97, mica l’altro ieri. Mi ricordo che andai da Stefania e le dissi credo subito il titolo, “XML, segnatevi questa sigla”; così combinai l’intervista con Tim Bray, via email. Mi ero gasato un sacco per ‘sta faccenda, non so nemmeno perché… Però un po’ ci prendevamo (update 9-11-2013: la brutta foto del numero 48 di Virtual è mia; sorry, fatta al volo sotto la lampada con un iPhone 4…).

Copertina di Virtual 48 del 1997
Strillo di copertina per XML, correva l’anno 1997

via Daring Fireball